Corrado Calenda, Ancora su Cino, la "Commedia" e lo 'stilnovo' ("Purg." XXIV e XXVI), pp. 75-83.

 

Dell'assenza di Cino nell'indice dei nomi della Commedia come della sua presenza tra le righe della poesia dantesca, scrive Calenda, si è già parlato molto. Tuttavia egli propone di rileggere questa "assenza" non come una damnatio memoriae quanto come un fatto che ha valenza di dichiarazione di poetica. Infatti nel De Vulgari (I x 2) con gli avverbi dulcius subtiliusque Dante fa riferimento rispettivamente al poetare di Cino, poeta d'amore, e al suo proprio, cantore della rectitudo. A partire da questo assunto interpretativo Calenda rilegge il passo studiatissimo di Purgatorio XXIV 49-63, allorché interviene Bonagiunta che, come scrive Contini e ricorda la Chiavacci, è "il miglior ponte fra i Siciliani e gli stilnovisti fiorentini", e mentre Bonagiunta interroga Dante come colui la cui novità di rime è il "culmine di un percorso poetico collettivo", il pellegrino risponde spostando l'ambito poetico dalla venus alla charitas così che, senza rotture, la "svolta" delle rime nuove non è più un approdo ma l'inizio di un'altra storia in cui Dante diviene scriba Dei secondo quanto già formalizzato dalla critica americana.