Zygmunt G. Baranski, "’nfiata labbia and "dolce stil novo". a note on Dante, ethics, and the technical vocabulary of literature (pp. 17-35).
 
 

Quella di Baranski vuol essere anche una lezione di metodo che, partendo dall’nfiata labbia di Pluto, arriva a dimostrare la necessità di riconsiderare il momento dell'analisi letteraria entro quello metaletterario. Egli parte dalla constatazione che per la maggior parte dei commentatori "enfiata labbia" indica l'espressione della faccia gonfia d'ira. Quindi nota che nella Rhetorica ad Herennium "inflatus" è da riferirsi al registro tragico e deve essere tuttavia evitato: la tradizione retorica, aggiunge, sembra dunque fornirci una chiara spiegazione della rappresentazione del Pluto dantesco e alla luce di tale ipotesto lo stile di Pluto sarebbe un vuoto stile alto e pomposo e la sua caratteristica principale la non chiarezza. D'altro canto, entro il sistema De Vulgari, la "voce chioccia" si può assimilare all'asperitas. Tutto ciò entro il canonico "'swollwn' character of pride". E se ci chiediamo perché venga evocata la superbia nel descrivere l'avarizia è sufficiente "to say that, in the Middle Age, both vices hade been proposed as the chief of sins" (p. 21) Questa perversione dello stilus gravis e il volontario ricorso alla asperitas come pure l'abuso della retorica contrasta il misurato uso di elementi tragici e suoni duri propria della convenzione dei genera dicendi per lasciare il posto a quello che Baranski definisce il cuore della sperimentazione dantesca alias il plurilinguismo (cfr. dello stesso Baranski, "Sole nuovo, luce nuova". Saggi sul rinnovamento culturale di Dante, Torino, Scriptorium, 1996, cap. I e II). Tuttavia la ’nfianta labbia di Pluto, spiega Baranski, non gioca un ruolo determinante nell'apprezzamento della novitas della Commedia ma è solo un dettaglio marginale di una più ampia discussione entro il poema che ha come momento centrale l'incontro del pellegrino con Bonagiunta (Purg. XXVI). In tale circostanza il pellegrino dichiara d'essere un poeta che, ispirato da "Amore", dà appropriata espressione linguistica alla voce del cuore e lo fa con uno "stil novo" che si oppone al trobar clus provenzale, uno stile dolce che nella tradizione vernacolare romanza è sinonimo di leu/lieve. Dante vuol parlare leggeramente ossia in modo perspicuo dove chiarezza sta per rettitudine. "Come la rappresentazione di Pluto conferma", conclude Baranski, "Dante crede che l'oscurità linguistica e il peccato siano intimamente connessi. Tuttavia, già nella Vita Nuova (...) che è scritta principalmente in un registro leu, Dante enfatizza il legame fondamentale tra chiarezza e rettitudine morale". Le stesse implicazioni etiche in relazione alla chiarezza e alla oscurità della lingua tornano in Purgatorio XXVI dove il dibattimento si svolge tra Arnaut Daniel da una parte (trobar clus) e Guido Guinizelli dall'altra (che si caratterizza per i "dolci detti" e dunque per il parlar lieve). Lo sviluppo naturale del ragionamento conduce Baranski a concludere che alla fine, per estensione, questo parlar lieve e chiaro è ispirato dallo Spirito Santo che soffia dove vuole così che Dante diviene lo "scriba Dei" ma la Commedia, come il suo modello supremo (la Bibbia), può contemplare ogni stile quello della chiarezza del poeta Dante, che diviene "divina" e quello della ’nfiata labbia di Pluto e l'uno serve antifrasticamente a caratterizzare l'altro. (recensione di claudia di fonzo)

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