Lino Pertile, La "Comedìa" tra il dire e il fare, pp. 253-247 ovvero dell'esigenza dello scrittore di trovare parole adeguate ai fatti. Si parte dalla lettura di un passo di Sallustio (Bellum Catilinae III, 2) nel quale si evidenzia come la lode si addice al ben fare come pure al ben dire e come questo secondo debba essere adeguato al primo per sfuggire alla cattiva interpretazione dei lettori. La rilettura sallustiana serve al Pertile a introdurre le strategie narrative usate da Dante nella Commedia: il desiderio di adeguare le parole ai fatti; la preoccupazione che le cose di cui tratta, per loro statuto inverosimili, non siano associate alle favole; la paura che le invettive vengano imputate ad invidia. Premesso che Dante, probabilmente, non conobbe Sallustio, lo studioso osserva che questa iunctura sintattica è attestata in Livio e altri autori classici ed è in realtà un vero e proprio topos, né la sua vitalità "si esaurisce tra gli scrittori classici. Da questi passa (...) agli scrittori cristiani, entra nella grande letteratura monastica, diventa luogo obbligato della scrittura agiografica": si trova, ad esempio, nella Vita di Ilarione di S. Gerolamo come nella biografia di S. Colombano e nella Historia Francorum di Gregorio di Tours tornano le parole di Sallustio.

A tal proposito mi sia concesso notare come l'elemento cerniera tra la tradizione classica e quella cristiana sia la Bibbia, e non tanto per la nominatio creatrice del Berescit (parola = fatto), né in relazione al fatto che nel figlio dell'uomo il verbo si fa carne, quanto in relazione a un attributo caratterizzante l'autorità di Gesù "vir propheta potens in opere et in sermone" (Lc 24, 19) e prima di Lui del profeta Mosè "potens in verbis et in operibus suis" (Atti 7, 22).

Felice suggerimento la citazione di alcune parole del trattato del De musica di J. Cotton allorché egli scrive che la poesia deve adeguarsi ai fatti così come la musica alle parole. Di questo topos, continua Pertile, Dante si fa grande e originale elaboratore e se da un lato afferma la veridicità del suo viaggio (preoccupazione ch'ebbero, del resto, tutti gli scrittori di visioni e viaggi: valga da esempio Alberico da Montecassino) dall'altro l'impossibilità ad esprimere quell'esperienza: quasi a dire, e son arbitrarie e personali illazioni, non Paolo, non Enea e neppure Cristo il solo capace, nel Vangelo di Giovanni, di riferire le parole del Padre, il solo profeta che compie in sé parole e fatti. Vero è che, con ciò, il dire del poeta "reclama statuto privilegiato di profezia". Il contributo continua analizzando, entro gli ergasteria danteschi, i passi nei quali ricorre il topos storico-agiografico e oserei aggiungere biblico parole-fatti, cioè a dire Inf. IV 145-47, Inf. XXXII 10-12, Fiore CIII 11 e una quarta occorrenza nel sonetto di Dante a Cino Io mi credea del tutto esser partito. Pertile conclude con l'osservazione che di questa veridicità del viaggio si fa portatore lo stesso Cacciaguida in Par. XVII, viaggio fatto in "pro del mondo che mal vive". Chiude l'articolo una postilla sul titolo della Commedia.