Mario Martelli, Alagheriana minima adnotanda, pp. 199-210 ovvero "divagazioni".

Lo studioso, evidenziata la peculiarità del "contrapasso" dantesco, della corrispondenza cioè tra colpa e pena, generalmente inteso nei termini della legge del taglione a partire dalla definizione di Tommaso (Summa theol. II ii 61 4) e giudica interessante la convergenza tra la pena assegnata a Bertram de Borm (Inf. XXVIII 136-42) e la condanna data a Mezio Fufezio nel racconto di Livio (I XXVIII 9-11). Mezio è condannato ad essere diviso in due parti perché il suo animo è stato diviso tra Romani e Fidenati e la corrispondenza che si gioca è quella tra anima e corpo. Assolutamente convincente l'interpretazione data ai mal protesi nervi che reagendo a secoli di cultura priapea recupera la lectio difficilior del latinismo intendere nervos cioè a dire concentrare gli sforzi per un fine. Circa il volar sanz'ali discute intorno a una scheda plautina (Asin. 93) dopo aver ricordato le osservazioni di Barbi (cfr. anche C. Di Fonzo, "La dolce donna dietro a lor mi pinse/ con un sol cenno su per quella scala" (Par. XXII, 100-101), in "Studi Danteschi", LXIII, 1991, pp. 141- 175); quindi individua due citazioni dantesche (Inf. V 129 e Purg. XX 43-44) nel quarto racconto de I ricordi del capitano d'Arce di Giovanni Verga da affiancare a quella "tipograficamente rilevata"; ancora propone una connessione tra una lettera di Poggio Bracciolini e il novo ludo di Dante (Inf. XXII 118) e si abbandona a una dottissima postilla sulla immagine della nave senza nocchiero non senza aggiungere qualche scheda. Passa quindi a parlare di quello che potrebbe essere considerato un lapsus di Filippo Villani che nel De origine civitatis Florentiae, etc. parla di Farinata volendo dire di Brunetto. Si attarda qualche istante sul topos della poca favilla cui gran fiamma seconda (Par. I, 34) aggiungendo due schede per poi inseguire il topos entro la versione poetica della tredicesima novella di Antonio Cesari; offre alla lettura un sonetto anonimo scritto per la morte del conte Massimo di Caprara ove l'artificio ruota intorno all'amore combattuto del conte per Cristo e per Cristina: Cristo è posto, come nella Commedia, in rima con se stesso come pure Cristina che tuttavia pare ottenga la vittoria finale. Chiuse Martelli con due epigrammi latini di Poliziano: nel primo (XVIII ed. Del Lungo) individua un calco dantesco allorché Poliziano giudica "orbi" i Fiorentini, nel secondo (XLI) osserva come la divinizzazione di Lorenzo de' Medici è ottenuta, per suggestione dantesca, con l'assimilazione di Lorenzo a Glauco.

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