Willi Hirdt, Immagine del mondo e mondo delle immagini. Il "visibile parlare" in Dante, pp. 129-142.

A partire dalla notazione che tutti i poeti riflettono sui propri processi creativi e su quelli degli altri poeti, e che Eliot diceva che quella di Dante "is a visual imagination", Hirdt estende alla poetica di Dante la definizione di "visibile parlare" di Purg. X 95 già usata dal Franciosi. Quindi propone una carrellata in diacronia della critica dantesca, soprattutto straniera, che, in diversi modi, ha sottolineato elementi riconducibili a questo aspetto della poesia di Dante: W. Muschg, J. Burckhardt, E. Auerbach, Luigi Venturini, Hinshelwood con digressione sul gesuita Carlo D'Aquino. Nello svolgimento delle similitudini è da ricercarsi quella che Hirdt chiama "plasticità del testo dantesco". E in relazione alle stesse similitudini osserva utilmente la posizione innovativa del poema rispetto al romanzo cavalleresco e conservativa rispetto alla Bibbia. Posizione sulla quale ci sembra utile insistere per ricordare l'"originalità" dell'epopea in Italia che nasce con la Commedia quale punto di convergenza dell'epopea d'oltralpe e delle odissee monastiche di viaggio, oltre che come collettore della tradizione latina classica e medievale, come aveva intuito Pio Rajna nel suo primo corso universitario d'argomento dantesco (La materia e la forma della Divina Commedia nei "Quaderni degli 'Studi danteschi'" 12). Dunque il ricorso alla similitudine è uno dei "pilastri del dettato dantesco" e non è un semplice ornatus come, al contrario, sono le similitudini omeriche. Nel dettato dantesco esse "concretizzano il particolare" e sono costruite secondo un misurato rapporto quantitativo tra le terzine già studiato in passato da C. Schwarze il cui modello prevalente vede la protasi costituita da una a tre terzine e l'apodosi da una sola. Ma sarebbe riduttivo non contemplare anche l'arte di associare le parole e il valore delle stesse in relazione anche alla loro etimologia, errata che fosse, ed è il caso della parola ipocrita. Conclude Hirdt il suo saggio con una notazione che ha sapore antico circa l'originalità della "fantasia specifica" di Dante per la quale il mondo delle immagini è espressione di una personale concezione del mondo.

 ...link dell'Università di Bonn

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